VITA AMBROSII

 

di Paolino di Milano suo segretario[1]

 

 

 

Prefazione

 

Mosaico di s. Ambrogio nel sacello paleocristiano di “S. Vittore in ciel d’oro”
(particolare del busto, IV sec.)

1. Mi spingi, venerabile padre Agostino[2], a scrivere anch’io la vita del beato Ambrogio, vescovo della chiesa milanese, così come i beati Atanasio vescovo e Girolamo prete scrissero le vite dei santi eremiti Paolo e Antonio, e come anche il servo di Dio Severo in splendida forma ha raccon­tato la vita di Martino, venerabile vescovo della chiesa di Tours. Io so bene di non reggere il con­fronto con uomini così grandi, mura della Chiesa e fonti d’eloquenza, né per meriti e neppure per capacità di stile. D’altra parte ritengo inconcepibile rifiutare ciò che tu mi dici di fare. Perciò tutto ciò che ho appreso da persone degne di massima fede, che furono a fianco di quell’uomo, soprattutto dalla sua venerabile sorella Marcellina, e ciò che io stesso ho visto stando al suo fianco, e ho saputo da persone che dicono di averlo visto dopo la sua morte in diverse province, e ciò che gli è stato scritto quando ancora non si sapeva ancora ch’era morto: tutto questo metterò per iscritto, sorretto dalle tue preghiere e dai meriti di tanto grande uomo, pur se in forma non elegante e in modo rapido e sommario. Così anche se lo stile offenderà il buon gusto del lettore, la brevità l’in­viterà a leggere. E del resto non voglio nascondere la verità dietro le lusinghe della forma, per evitare che il lettore, cercando una pomposa eleganza, trascuri la conoscenza di tante virtù. Infatti è necessario che il lettore osservi non tanto gli orpelli delle parole e l’ornamento del discorso quanto la sostanza dei fatti e la grazia dello Spirito Santo. Sappiamo tutti che i viandanti quando sono assetati gradiscono l’acqua che stilla da una piccola vena più di quella che scaturisce in grande abbondanza da una fonte, perché non possono trovare tale abbondanza quando sono assetati. E il pane d’orzo riesce dolce a chi è solito digerire rumorosamente a causa delle cento portate del suo pranzo d’ogni giorno; e chi ammira le bellezze del giardino sa gradire anche le erbe del campo.

 

2. Perciò rivolgo questa preghiera a voi tutti, nelle cui mani passerà questo libro: vogliate credere che è vero ciò che ho scritto e nessuno pensi che io abbia inventato qualche notizia spinto più dall’affetto che dall’esigenza della fedeltà storica. Infatti sarebbe meglio non scrivere piuttosto che proporre qualcosa di falso, perché sappiamo che dovremo rendere conto di tutte le nostre parole[3]. E non ho dubbi che, anche se non tutti sanno tutto, diverse persone sanno cose diverse, tanto che alcuni sanno fatti che io non ho potuto né vedere né apprendere. Inizierò il mio racconto dal gior­no della nascita, perché si conosca di quale grazia fu dotato quest’uomo fin dalla culla.

 

 

Infanzia e giovinezza

 

3. Ambrogio nacque quando suo padre Ambrogio era a capo della prefettura delle Gallie[4]. Un giorno mentre il bambino, posta la culla nel cortile del pretorio, dormiva a bocca aperta, improvvisamente sopraggiunse uno sciame d’api e riempì tutta la sua faccia, a tal punto che le api entravano ed uscivano dalla bocca. Il padre, che stava passeggiando lì vicino insieme con la madre e la figlia, impedì alla schiava, addetta alla cura del bambino, di cacciar via le api timorosa che quelle gli fa­cessero del male, e pur nel suo affetto di padre, volle aspettare e vedere come si sarebbe concluso quell’evento miracoloso. E dopo un po’ quelle volando si sollevarono a tanta altezza da sottrarsi allo sguardo dell’uomo. Atterrito dall’evento, il padre disse: “Se questo bambino vivrà diventerà qualcosa di grande”. Infatti già allora operava il Signore nell’infanzia del suo servo, perché si rea­lizzasse ciò che è scritto: Favi di miele sono le buone parole[5]. Quello sciame di api ci avrebbe generato i favi dei suoi scritti, che avrebbero annunziato doni celesti e avrebbero in­nalzato le menti degli uomini dalle realtà terrene al cielo.

 

4. In seguito, essendo cresciuto, visse a Roma insieme con la madre vedova e la sorella, che già aveva fatto professione di verginità e aveva come compagna un’altra vergine, la cui sorella Candida, vergine anche lei, ora ormai vecchia, vive a Cartagine. Ambrogio, vedendo che la domestica della sorella e della madre era solita baciare la mano ai sacerdoti, per gioco anch’egli le pre­sentava la destra, dicendole che doveva fare lo stesso anche con lui, poiché, affermava, sarebbe diventato vescovo. In lui infatti parlava lo spirito del Signore, che l’educava al sacerdozio. Ma quella rifiutava considerandolo un ragazzo che non sapeva quel che diceva.

 

5. Dopo che fu istruito nelle discipline liberali, lasciò Roma e professò l’avvocatura nell’aula della prefettura del pretorio. Perorava le cause in maniera così eccellente che l’illustre Probo, allo­ra prefetto del pretorio, lo scelse come consigliere[6]. In seguito conseguì le insegne consolari per governare le province di Liguria ed Emilia e venne a Milano[7].

 

 

Ambrogio vescovo

 

6. In quel tempo[8] era morto Aussenzio, vescovo della setta eretica degli ariani, che aveva oppresso quella chiesa dopo che era stato mandato in esilio Dionigi[9], confessore di beata memoria. Poiché il popolo suscitava tumulti nel richiedere il nuovo vescovo, Ambrogio che si dava cura di sedare il tumulto per impedire che il popolo provocasse una situazione pericolosa per la città, andò in chiesa. Mentre lì parlava al popolo, si dice che all’improvviso la voce di un bambino acclamò, in mezzo al popolo, Ambrogio vescovo. Tutto il popolo si volse verso questa voce e acclamò vescovo Ambrogio. Così coloro che prima discordavano fra loro nel più grande disordine, perché sia gli ariani sia i cattolici desideravano che fosse ordinato un vescovo della loro parte, cercando di superarsi a vicenda, improvvisamente si trovarono d’accordo su questo nome con meravigliosa e incredibile concordia.

 

7. Vista questa situazione, Ambrogio uscì dalla chiesa e si fece preparare il tribunale: egli che fra breve sarebbe diventato vescovo, salendo a più alta dignità, contro la sua consuetudine, fece mettere di proposito alcune persone alla tortura. Nonostante ciò il popolo gridava: “Il tuo peccato ricada sopra di noi”. Ma quel popolo in quel momento non gridò come fece il popolo dei Giudei: quelli infatti con le loro parole fecero spargere il sangue del Signore, dicendo: Il sangue di costui ricada sopra di noi[10]. Invece costoro, sapendolo catecumeno, con voce di fede gli pro­mettevano la remissione di tutti i peccati mercé la grazia del battesimo. Allora Ambrogio, tornato a casa turbato, volle far professione di filosofia, egli che sarebbe stato filosofo e vero filosofo di Cristo e, disprezzate le glorie del mondo, avrebbe seguito le orme dei Pescatori, i quali avevano radunato popoli per Cristo non con la lusinga delle parole, ma con discorsi semplici e dottrina di vera fede. Mandati senza bisaccia e senza bastone, avevano convertito anche gli stessi filosofi[11]. Ambrogio, distolto dal dedicarsi a tale attività, apertamente fece entrare in casa sua alcune prostitute, in modo che il popolo, a tale vista, abbandonasse il suo proposito. Ma il popolo insisteva e gridava: “Il tuo peccato ricada sopra di noi”.

 

8. Allora Ambrogio, vedendo che non riusciva a realizzare il suo proposito, preparò la fuga: uscito di notte dalla città, mentre credeva di dirigersi al Ticino, a mattina fu trovato presso la porta di Milano detta Romana. Infatti Dio, che preparava per la sua chiesa cattolica un muro contro i suoi nemici e innalzava la torre di Davide contro Damasco[12], cioè contro la perfidia degli eretici, impedì la sua fuga. Trovato e vigilato dal popolo, fu mandata una richiesta al clementissimo imperatore, che allora era Valentiniano I, il quale accettò con gran gioia che un giudice da lui inviato fosse richiesto per l’episcopato. Si rallegrava anche il prefetto Probo, perché le sue parole si erano realizzate in Ambrogio. Infatti mentre dava disposizioni alla sua par­tenza, gli aveva detto: “Va e agisci non come un giudice ma come un vescovo”.

 

9. Mentre era in corso la richiesta, Ambrogio cercò di fuggire una seconda volta e per qualche tempo restò nascosto in una proprietà di Leonzio, un uomo dell’alta società. Ma quando giunse la risposta alla richiesta, egli fu consegnato proprio da Leonzio. Il vicario infatti aveva ricevuto l’or­dine di concludere quell’affare e così, per eseguire l’ordine, con un editto aveva avvisato tutti che, se volevano provvedere a sé e alle proprie cose, dovevano consegnare Ambrogio. Portato a Mi­lano, comprendendo di non potere più a lungo resistere alla volontà di Dio verso di lui, chiese di non essere battezzato se non da un vescovo cattolico. Si guardava infatti con attenzione dalla perfidia degli ariani. Una volta battezzato, dicono che adempì a tutti i doveri ecclesiastici e otto giorni dopo fu ordinato vescovo[13] con sommo consenso e gioia di tutti. Alcuni anni dopo la sua ordina­zione andò a Roma[14], sua patria, e lì trovò quella santa giovane di cui sopra abbiamo parlato, alla quale era solito presentare la mano, che stava a casa sua con sua sorella, come l’aveva lasciata, mentre sua madre era morta. E mentre quella gli baciava la destra, egli sorridendo le disse: “Ecco, come ti dicevo, tu baci la mano di un vescovo”.

 

10. In quel soggiorno gli capitò un giorno di essere invitato presso una matrona di alta condi­zione al di là del Tevere. Mentre offriva in quella casa il santo sacrificio, una donna addetta al ba­gno, che giaceva paralitica, seppe che lì c’era un sacerdote. Allora si fece portare in lettiga nella casa dove Ambrogio era stato invitato e, mentre il vescovo pregava e le imponeva le mani, ne toccò le vesti. Mentre le baciava, improvvisamente riacquistò la salute e cominciò a camminare. Si realizzarono così le parole del Signore agli apostoli: Se crederete nel mio nome, farete prodigi anche più grandi di questi[15]. Questa miracolosa guarigione fu tanto meravigliosa che non rimase nascosta. Infatti io l’ho conosciuta proprio nello stesso luogo molti anni dopo, quando mi trovai a Roma, perché me la riferirono alcuni santi uomini.

 

 

Ambrogio e gli ariani

 

11. Allorché si recò a Sirmio per ordinare vescovo Anemio, Giustina allora imperatrice[16], valen­dosi della sua autorità, e la moltitudine di gente lì radunata cercarono di cacciarlo dalla chiesa per­ché vi fosse ordinato non da lui ma dagli eretici un vescovo ariano[17]. Mentre stava seduto nell’abside incurante del tumulto provocato dalle donne, una delle vergini ariane, più sfacciata delle altre, salì sull’abside e dopo avere afferrato la veste del vescovo lo voleva trascinare dove stavano le donne perché queste lo picchiassero e lo cacciassero dalla chiesa. Allora – come egli era poi solito raccontare – disse alla donna: “Anche se io sono indegno di un sacerdozio così elevato, tuttavia non è conveniente che tu, che hai fatto tale professione, metta le mani addosso a qualunque sacer­dote: perciò devi temere il giudizio di Dio, che non ti succeda qualcosa”. Gli eventi confermarono le sue parole e infatti il giorno dopo la donna morì e Ambrogio l’accompagnò al sepolcro, ri­cambiandole in bene l’offesa ricevuta. Questo episodio provocò non poca paura negli avversari e procurò grande pace alla chiesa cattolica e tranquillità nell’ordinazione del vescovo.

 

12. Ordinato il vescovo cattolico, Ambrogio tornò a Milano e lì fu oggetto di innumerevoli in­sidie da parte di Giustina, che cercava di eccitare il popolo contro il santo vescovo offrendo doni e cariche. Gli animi dei deboli venivano allettati da tali promesse. Giustina prometteva infatti tribunati e diverse cariche a quelli che fossero riusciti a rapirlo dalla chiesa e a portarlo in esilio. Molti tentarono l’impresa ma per la protezione di Dio non riuscirono a portarla a buon esito. Uno più sciagurato di altri, di nome Eutimio, fu spinto a tale grado di pazzia da procurarsi una casa vicina alla chiesa per potere collocare nelle vicinanze una carrozza in modo da rapirlo più facilmente e, dopo averlo messo in carrozza, portarlo in esilio. Ma la sua malvagità ricadde sulla sua testa[18] poiché l’anno dopo, proprio nel giorno in cui aveva pensato di rapire Ambrogio, posto sulla stessa vettura, da quella stessa casa fu mandato in esilio. Riconobbe perciò che per giusto giudizio di Dio la situazione si era invertita tanto che ora era lui ad andare in esilio su quella vettura che aveva preparato per il vescovo. E il vescovo offrì a quest’uomo non poco conforto, dando una somma di denaro e altre cose che erano necessarie.

 

13. Ma tale confessione dell’uomo non represse il furore della donna né la pazzia degli sciagu­rati ariani. Anzi, spinti da demenza ancora più grande, cercavano di occupare la basilica Porziana. Anche una milizia armata fu mandata a custodire le porte della chiesa, perché nessuno osasse en­trare nella chiesa cattolica. Ma il Signore, che è solito fare trionfare la Chiesa sui suoi avversari, convertì i cuori dei soldati per farne protezione alla sua chiesa: così essi, voltati gli scudi, custodi­vano le porte della chiesa e non permettevano di uscire, ma non impedivano neppure alla comuni­tà cattolica di entrare in chiesa. Né si limitarono a questo i soldati che erano stati inviati, ma addi­rittura insieme con il popolo acclamarono la fede cattolica. In questa occasione per la prima volta si cominciarono a cantare nella chiesa milanese antifone ed inni e a celebrare le vigilie, un uso questo, che, praticato devotamente, è vivo tuttora non solo in questa Chiesa ma in quasi tutte le province d’Occidente.

 

14. Proprio in questo tempo si rivelarono al vescovo i santi martiri Protasio e Gervaso[19]. Infatti essi erano stati sepolti nella basilica nella quale ora sono conservati i corpi dei martiri Nabore e Felice. Ma mentre questi santi erano visitati e venerati con grande concorso di gente, di Protasio e Gervaso erano sconosciuti sia i nomi sia la sepoltura, tanto che il loro sepolcro era calpestato da tutti coloro che volevano arrivare fino ai cancelli, che proteggevano i sepolcri di Nabore e Felice da ogni profanazione. Ma quando i corpi dei due santi martiri furono estratti e deposti su lettighe, si racconta che furono guarite le malattie di molti. Anche un cieco di nome Severo, che tuttora presta piamente servizio nella basilica detta ambrosiana, nella quale furono trasportati i corpi dei martiri, appena toccò la loro veste subito riacquistò la vista. Anche alcuni oppressi da spiriti mal­vagi furono guariti e tornarono alle loro case con grande rendimento di grazie. A causa di tali be­nefici arrecati dai martiri, di quanto aumentava la fede della chiesa cattolica, di tanto diminuiva la setta eretica degli ariani.

 

15. A partire da questo tempo cominciò a calare la persecuzione provocata dal furore di Giustina, con lo scopo di cacciare il vescovo dalla chiesa. Tuttavia nel palazzo reale numerosi ariani, che stavano presso Giustina, deridevano tanta grazia di Dio, che il Signore Gesù si era degnato di donare alla Chiesa cattolica per i meriti dei suoi martiri. Essi dicevano che il venerabile Ambrogio grazie al danaro si era procurato uomini che falsamente affermavano di essere tormentati da spiriti maligni e così sostenevano di essere tormentati sia dai martiri sia da Ambrogio. Queste afferma­zioni degli ariani erano parole degne dei Giudei, che erano loro pari: i Giudei infatti dicevano che il Signore cacciava i demoni in nome di Beelzebub, principe dei demoni[20]; gli ariani andavano dicendo riguardo ai martiri e al sacerdote di Dio che gli spiriti maligni non venivano cacciati dalla grazia di Dio, che operava in mezzo a loro, ma che quegli uomini affermavano falsamente di essere tormentati perché avevano ricevuto denaro. Infatti i demoni gridavano: “Sappiamo che siete martiri”, e gli ariani invece dicevano: “Non sappiamo che siete martiri”. Leggiamo ciò anche nell’Evangelo, ove i demoni dicono al Signore Gesù: Sappiamo che sei il Figlio di Dio[21]. I Giudei dicono invece: Costui non sappiamo donde venga[22]. Qui noi non accogliamo una testimonianza dei demoni ma una confessione, poiché sono più miserabili di loro sia gli ariani che i Giudei, dato che negano ciò che gli stessi demoni ri­conoscono.

 

16. Ma Dio, che è solito far abbondare sempre di più la grazia nella sua Chiesa, non sopportò che i suoi santi fossero ingiuriati ancora dagli eretici. Così uno di questo gruppo di ariani, assalito improvvisamente da uno spirito maligno, cominciò a gridare che, come egli veniva tormentato, così sarebbero stati tormentati coloro che non avessero riconosciuto i martiri o non avessero credu­to nell’unità della Trinità, che Ambrogio insegnava. Ma confusi da queste parole, essi che avrebbero dovuto convertirsi e fare penitenza degna di tale confessione, immersero quell’uomo nella piscina e così l’uccisero. A tale orribile risultato li condusse lo stato di necessità nel quale si trovavano. Invece il beato Ambrogio, perfezionandosi nell’umiltà, conservava la grazia che Dio gli aveva donato e cresceva di giorno in giorno in fede e amore davanti a Dio e davanti agli uomini[23].

 

17. In quello stesso tempo c’era un ariano, fin troppo abile nel discutere e tenace tanto da non poter essere convertito alla fede cattolica. Un giorno che stava in chiesa mentre il vescovo predi­cava, vide (come dopo riferì egli stesso) un angelo che parlava all’orecchio del vescovo, mentre questo predicava, tanto che sembrava che il vescovo ripetesse al popolo le parole dell’angelo. Convertito da questa visione, quell’uomo cominciò a difendere egli stesso la fede che prima com­batteva.

 

18. Circa in quel tempo, due alti funzionari dell’imperatore Graziano, che erano ariani, propo­sero una questione al vescovo che predicava e promisero che si sarebbero presentati il giorno dopo alla basilica Porziana per ascoltare la risposta. La questione riguardava l’incarnazione del Signore. Ma il giorno successivo, quei miserabili, gonfi di superbia, non vollero tenere fede alla promessa, disprezzando Dio nel suo vescovo e non tennero conto dell’offesa che facevano al popolo che attendeva, dimentichi perfino delle parole del Signore: Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli, che credono in me, sarebbe, meglio per lui che gli si leghi al collo una macina gira­ta da un asino e sia gettato nel profondo del mare[24]. Saliti su un cocchio, uscirono dalla città come per fare una passeggiata, mentre il vescovo e il popolo aspettavano in chiesa. Inorridisco a riferire quale fu la fine di quest’atto di protervia: sbalzati d’improvviso dal cocchio, morirono e i loro corpi furono seppelliti. Dal canto suo il beato Ambrogio, ignaro di ciò che era successo e non potendo più a lungo trattenere il popolo, salì sulla cattedra e iniziò a trattare la questione che era stata proposta. “Desidero fratelli – disse – pagare il mio debito, ma non vedo i miei creditori di ieri ... “ e continuò secondo quanto è scritto nel libro che si intitola Sull’incarna­zione del Signore[25].

 

 

Ambasciata presso Massimo

 

19. Quando fu ucciso l’imperatore Graziano[26], Ambrogio intraprese la seconda ambasceria pres­so Massimo per recuperarne il corpo. Chi vorrà conoscere con quanto coraggio egli abbia trattato presso Massimo ne avrà prova leggendo la lettera che Ambrogio scrisse a Valentiniano juniore in meri­to all’ambasceria. Mi è sembrato fuori luogo inserirla qui, per evitare che la sua lunghezza annoi il lettore. Poi Ambrogio allontanò Massimo dalla comunione dei fedeli, esortandolo a fare penitenza per avere ucciso il suo signore, che – cosa più grave – era innocente, se voleva provvedere alla sua salvezza presso Dio. Ma quello, di animo superbo, rifiutò la penitenza e così perse la salvezza, non solo quella futura ma anche quella presente, e quasi vinto da timore femmineo depose il regno che malamente aveva usurpato, in quanto dichiarò di essere stato procuratore dello stato e non impera­tore.

 

 

Altri prodigi

 

20. Dopo la morte di Giustina[27], un aruspice, Innocenzo di nome ma non di fatto, mentre veniva sottoposto alla tortura dal giudice per certi malefici, cominciò a confessare altro da quanto gli ve­niva richiesto. Gridava infatti che tormenti più grandi gli erano inflitti dall’angelo che custodiva Ambrogio, poiché al tempo di Giustina era salito sul tetto della chiesa a mezzanotte e lì aveva sacrificato per eccitare l’odio del popolo contro il vescovo. Ma quanto maggiori erano l’insistenza e la sollecitudine con cui eseguiva quei riti maligni, tanto più cresceva l’attaccamento del popolo alla fede cattolica e al sacerdote del Signore. Confessava di avere mandato anche dei demoni ad ucciderlo, ma quelli avevano riferito che non si erano potuti avvicinare non soltanto a lui, ma nep­pure alle porte della casa dove abitava il vescovo. Infatti un fuoco insuperabile difendeva tutto quell’edificio, tanto che essi bruciavano anche stando lontani. Perciò i demoni avevano desistito dagli artifici che ritenevano potessero danneggiare il sacerdote del Signore. Un altro uomo armato di spada giunse fino alla camera da letto per uccidere il vescovo, ma quando stava alzando la ma­no con la spada sguainata era rimasto con la destra irrigidita. Quando poi aveva confessato di esse­re stato inviato da Giustina, il braccio che aveva disteso con malvagia intenzione fu guarito dalla confessione.

 

21. Circa in quel tempo l’illustre Probo aveva inviato al vescovo un suo servo, un segretario, che era crudelmente tormentato da uno spirito maligno. Allorché questi uscì da Roma il diavolo l’abbandonò, temendo di essere condotto dal sant’uomo. Fin tanto che il servo restò a Milano presso il vescovo non apparve alcuna manifestazione di dominio del diavolo su di lui. Ma quando se ne andò da Milano e arrivò vicino a Roma, lo stesso spirito maligno, che prima lo aveva posse­duto, di nuovo cominciò a tormentarlo. Interrogato dagli esorcisti perché non si fosse manifestato in quel servo per tutto il tempo che aveva soggiornato a Milano, il diavolo confessò di avere avuto paura di Ambrogio. Si era perciò momentaneamente allontanato ed era rimasto in attesa nel posto in cui aveva abbandonato il servo, finché quello fosse tornato, e in quel momento aveva ripreso possesso dell’involucro che prima aveva abbandonato.

 

 

Ambrogio e Teodosio

 

22. Dopo la morte di Massimo[28], mentre l’imperatore Teodosio stava a Milano e invece il vesco­vo Ambrogio ad Aquileia, in un borgo d’Oriente i cristiani incendiarono la sinagoga dei Giudei[29] e un luogo sacro dei Valentiniani, perché Giudei e Valentiniani deridevano i monaci cristiani. Infatti l’eresia dei Valentiniani venera trenta dei. In merito a questo episodio il conte d’Oriente inviò una re­lazione all’imperatore. Ricevutala Teodosio dette disposizioni affinché il vescovo del luogo rico­struisse la sinagoga e venissero puniti i monaci responsabili. Ma quando tali disposizioni vennero a conoscenza del venerabile Ambrogio, siccome non poteva accorrere di persona, inviò una lettera all’imperatore con la quale gli chiedeva di revocare ciò che aveva stabilito e di riservargli un’udienza. Se egli non era degno di essere ascoltato dall’imperatore, tanto meno era degno d’es­sere ascoltato dal Signore mentre intercedeva per l’imperatore e ne raccomandava le preghiere e i voti. Per tale questione era pronto ad affrontare anche la morte, pur di non indurre in peccato l’im­peratore col suo silenzio, dato che Teodosio aveva ordinato disposizioni così ingiuste contro la Chiesa.

 

23. Dopo che fu tornato a Milano, un giorno che l’imperatore stava in chiesa, Ambrogio predi­cò su questo argomento. Nella predica introdusse a parlare la persona del Signore che diceva all’imperatore: “Io ti ho innalzato dall’ultimo posto fino a farti imperatore, io ho messo nelle tue mani l’esercito del tuo nemico, io ti ho consegnato i rifornimenti che quello aveva preparato contro di te per il suo esercito, io ho ridotto in tuo potere il tuo nemico, io ho posto la tua stirpe sul trono regale, io ti ho fatto trionfare senza fatica: e tu fai trionfare su di me i miei nemici?”. Mentre discendeva dalla cattedra l’imperatore gli disse: “O Vescovo, oggi hai predicato contro di noi”. Ma quello rispose di avere parlato non contro l’imperatore bensì in suo favore. Allora l’imperatore: “A dire il vero – disse – ho dato dure disposizioni contro il vescovo riguardo alla ricostruzione della sinagoga, ma i monaci debbono essere puniti”. E così dicevano anche gli alti funzionari che allora erano presenti. A costoro il vescovo disse: “Io ora ho a che fare con l’im­peratore e nulla debbo trattare con voi”. Così ottenne che fossero revocate le precedenti disposi­zioni. Né volle accostarsi all’altare se non dopo che l’imperatore ebbe attestato che il vescovo do­veva offrire il sacrificio sulla sua fede. A lui il vescovo: “Allora offro sulla tua fede”. Rispose l’imperatore: “Offri sulla mia fede”. Ripetuta la promessa, ormai sicuro il vescovo compì i divini misteri. Tutto ciò sta scritto nella lettera che Ambrogio scrisse alla sorella[30] e in essa inserì la predica che tenne in quel giorno sul bastone del noce che il profeta Geremia racconta d’aver vi­sto[31].

 

24. In quel tempo, a causa della città di Tessalonica il vescovo si trovò in gravi angustie, quan­do seppe che la città era stata quasi distrutta. Infatti l’imperatore gli aveva promesso che avrebbe perdonato i cittadini di quella città, ma in seguito a un accordo segreto fra l’imperatore e alti fun­zionari, all’insaputa del vescovo, la città fu abbandonata alla strage per tre ore e molti innocenti furono uccisi[32]. Quando il vescovo lo seppe, interdisse all’imperatore l’ingresso in chiesa, e non lo giu­dicò degno di partecipare all’assemblea della chiesa e alla comunione delle cose sante prima di avere fatto pubblica penitenza. L’imperatore gli obiettava che Davide aveva commesso insieme adulterio ed omicidio. Ma subito gli fu risposto: “Tu che lo hai seguito nel peccato, seguilo nella correzione”. Udendo queste parole il clementissimo imperatore venne in tal disposizione d’animo da non rifiutare la penitenza pubblica e il beneficio di questa correzione gli valse la seconda vitto­ria[33].

 

25. Sempre in quel tempo due persiani molto potenti e nobili, conosciuta la fama del vescovo, vennero a Milano recando con sé molte questioni con le quali mettere alla prova la sapienza di Ambrogio. Con lui discussero, grazie ad un interprete, dall’ora prima del giorno fino all’ora terza della notte e pieni di ammirazione presero congedo da lui. Per rendere ben chiaro che essi non erano venuti per altro motivo se non per conoscere più da vicino l’uomo di cui avevano appreso la fama, il giorno successivo salutarono l’imperatore e partirono per Roma. Lì volevano conoscere la potenza dell’illustre Probo e conosciutala tornarono alla propria terra.

 

 

L’ara della Vittoria

 

26. Quando Teodosio si allontanò dall’Italia e si stabilì a Costantinopoli, mentre Valentiniano Augusto stava in Gallia, Simmaco[34], che era allora prefetto dell’Urbe, gli inviò a nome del senato una ambasceria per richiedere l’ara della Vittoria[35] e le spese per le cerimonie. Quando il vescovo lo venne a sapere, richiese per lettera all’imperatore che gli fosse inviata copia della richiesta, perché potesse rispondere per quanto era di sua competenza. Ricevuta copia della richiesta, scrisse quello splendido documento, contro il quale Simmaco, che pure era uomo molto eloquente, non osò mai rispondere[36]. Ma dopo che Valentiniano di augusta memoria morì nella città di Vienne che è in Gallia, diventò imperatore Eugenio[37]. Dopo non molto che questi cominciò a comandare, Flaviano, che allora era prefetto e il conte Arbogaste richiesero l’ara della Vittoria e le spese per le cerimo­nie. Ciò che Valentiniano di augusta memoria, pur ancor giovane, aveva rifiutato a chi glielo aveva chiesto, Eugenio invece concesse, dimentico della sua fede.

 

27. Appresa questa notizia, il vescovo lasciò Milano, dove Eugenio si dirigeva in fretta e si spostò a Bologna e di qui giunse fino a Faenza. Trascorsi qui alcuni giorni, per invito dei Fioren­tini discese fino in Toscana, evitando la vista dell’uomo sacrilego più che temendo l’offesa di chi aveva il comando. Infatti gli inviò una lettera, nella quale lo poneva di fronte alla sua coscienza. Fra i molti passi ho ritenuto opportuno riportare questi: “Anche se è grande la potenza imperiale, tuttavia considera, imperatore, quanto è grande Dio. Scruta i cuori di tutti, interroga il più profon­do della coscienza, conosce tutte le cose prima che avvengano, conosce l’intimo del tuo animo. Voi non sopportate d’essere tratti in inganno e volete tenere Dio all’oscuro? Nulla t’è venuto in mente a questo proposito? Se quelli hanno agito con tanta insistenza, non sarebbe stato tuo dove­re, o imperatore, per la venerazione che si deve al Dio sommo vero e vivo, resistere a quelli che insistevano e negare ciò che recava offesa alla legge divina?”. E ancora: “Perciò, poiché sono te­nuto a rispondere delle mie parole presso Dio e presso gli uomini, ho compreso che non posso e non debbo fare altro che provvedere a me stesso, poiché non ho potuto provvedere a te”.

 

28. A Firenze, mentre egli abitava nella casa di Decenzio, una volta uomo ragguardevole e, ciò che vale di più, cristiano, il figlio di questi, di nome Pansofio, che era molto piccolo, era tormen­tato da uno spirito maligno e fu guarito dalla frequente preghiera e dalla imposizione delle mani del vescovo. Ma alcuni giorni dopo, colpito da improvvisa malattia, il bambino morì. Sua madre, che era molto pia e piena di fede e di timor di Dio, lo fece portare giù dal piano superiore della casa a quello inferiore e lo adagiò nel letto del vescovo, mentre quello era assente. Ambrogio, che in quel tempo era stato fuori casa, tornò e trovò il bambino morto nel letto. Allora, commiserando la madre e osservando la sua fede, simile ad Eliseo[38] si dispose sopra il corpo del bambino e con la preghiera ottenne di rendere vivo alla madre quello che aveva trovato morto. A questo bambino dedicò anche un libro, perché leggendo venisse a conoscere ciò che per la sua giovanissima età non aveva potuto sapere. Tuttavia nei suoi scritti non ha fatto menzione di questo episodio. Quale che sia il motivo che l’abbia spinto a questa omissione, non spetta a noi giudicare.

 

29. In questa città costruì una basilica, ove depose le reliquie dei martiri Vitale e Agricola, i cui corpi aveva esumato a Bologna. Infatti i corpi dei martiri erano stati collocati in mezzo alle salme dei Giudei, e i cristiani non ne sarebbero venuti a conoscenza se i santi martiri non si fossero rive­lati al vescovo di quella città. Quando i corpi furono deposti sotto l’altare che sta nella basilica, ci fu gran gioia, l’esultanza di tutta la comunità dei fedeli, e gran pena per i demoni costretti a confessare i meriti dei martiri.

 

30. In quel tempo il conte Arbogaste fece guerra contro la sua nazione, cioè quella dei Franchi e in battaglia ne sbaragliò un gran numero e con i restanti fece pace. Durante il banchetto, interro­gato dai re della sua gente se conoscesse Ambrogio, egli rispose di conoscerlo, di essere amato da lui e di essere solito pranzare spesso con lui. E allora si sentì dire: “Tu vinci o conte perché sei caro a quell’uomo che dice al sole: «Fermati e il sole si ferma»”[39]. Ho riferito questo episodio perché i lettori apprendano quanto grande fama ebbe quel santo uomo anche presso i barbari. Infatti io l’ho appreso perché me lo ha riferito un giovane del seguito di Arbogaste, molto religioso, che era allora presente. Infatti nella circostanza in cui furono dette queste cose egli era coppiere.

 

 

Intervento di Ambrogio presso Teodosio

 

31. Lasciata la Toscana, il vescovo tornò a Milano, da dove era già uscito Eugenio per dirigersi contro Teodosio. E lì attendeva l’arrivo dell’imperatore cristiano, sicuro che la potenza di Dio non avrebbe abbandonato agli ingiusti un uomo che credeva in lui e non avrebbe permesso che lo scet­tro dei peccatori gravasse sulla sorte dei giusti, affinché i giusti non stendessero le loro mani a mal fare[40]. Infatti, uscendo da Milano, il conte Arbogaste e il prefetto Flaviano avevano promesso che, tornati vincitori, avrebbero fatto una stalla nella basilica della Chiesa di Milano e avrebbero mandato i chierici sotto le armi. Ma i miserabili, mentre empiamente prestavano fede ai loro demoni e aprivano la loro bocca per bestemmiare Dio[41], si precludevano ogni spe­ranza di vittoria. Motivo di questa collera fu il fatto che i doni dell’imperatore sacrilego venivano respinti dalla Chiesa né a quello veniva accordata comunione di preghiera con la Chiesa. Ma il Si­gnore, che protegge la sua Chiesa, dall’alto saettò il suo giudizio[42] e accordò completa vittoria al pio imperatore Teodosio. Morti Eugenio e i suoi collaboratori[43], quando Ambrogio fu informato dall’imperatore, sua maggior cura fu di intervenire presso coloro che risultavano colpe­voli. Prima pregò l’imperatore con una lettera inviata per mezzo di un diacono; poi mandò Gio­vanni, che allora era tribuno e notaio ed ora è prefetto, a proteggere quelli che si erano rifugiati in chiesa. Egli stesso si diresse ad Aquileia per intercedere in favore di costoro. Per essi facilmente ottenne il perdono, perché l’imperatore cristiano gettatosi ai piedi del vescovo, affermava di essere stato salvato dai suoi meriti e dalle sue preghiere.

 

32. Tornando da Aquileia, precedette a Milano di un solo giorno l’imperatore. Né Teodosio, imperatore di clementissima memoria, visse molto più a lungo, dopo che i figli furono ricevuti nella chiesa e furono affidati al vescovo. Questi sopravvisse alla morte dell’imperatore per circa tre anni. In questo tempo fece esumare il corpo del santo martire Nazaro, che era stato seppellito in un giardino fuori di città, e lo fece trasferire alla basilica degli Apostoli[44], che è vicino a porta Romana. Nel sepolcro in cui giaceva il corpo del martire – che a tutt’oggi non sappiamo quando subì il martirio – io ho visto il suo sangue così fresco, quasi che fosse stato sparso in quello stesso giorno. E il suo capo, che gli empi avevano reciso, era rimasto così intatto e incorrotto, con i capelli e la barba, che ci sembrò essere stato lavato e composto nel sepolcro proprio nel giorno in cui fu esumato. E che c’è da meravigliarsi, dal momento che il Signore ha già promesso nel Vangelo che neppure un capello della loro testa andrà perduto?[45] Fummo anche pervasi da un profumo così forte da vincere la dolcezza di tutti gli aromi.

 

33. Esumato e composto in una lettiga il corpo del martire, subito ci dirigemmo dal santo mar­tire Celso, che era sepolto nello stesso giardino, per pregare insieme col santo vescovo. Sappiamo che mai egli aveva pregato in quel luogo: ma il segno che il martire si era rivelato era proprio que­sto, che il santo vescovo andasse a pregare in un posto dove prima non era mai stato. Venimmo anche a sapere dai custodi di quel luogo che i genitori avevano raccomandato loro di non allonta­narsi mai di lì per ogni generazione e progenie, perché in quel luogo erano deposti grandi tesori. E veramente grandi tesori sono quelli che né ruggine né tarlo corrodono né i ladri scavano e rubano[46], perché Cristo ne è custode e la corte celeste è il luogo di coloro per i quali Cristo fu vita e morire un guadagno[47]. Trasferito il corpo del martire nella basilica degli Apostoli, dove prima erano state deposte con somma devozione di tutti le reliquie dei santi apostoli, mentre il vescovo predicava, uno del popolo invaso da uno spirito malvagio, cominciò a gridare di essere tormentato da Ambrogio. Ma quello, rivolto a lui, gli disse: “Sta’ zitto diavolo perché ti tormenta non Ambrogio ma la fede dei santi e la tua invidia: infatti vedi questi uomini salire là da dove tu sei disceso. Ma Ambrogio non s’inorgoglisce”. A queste parole quello che gridava zittì e cade a terra, né più emise voce tale da poter fare strepito.

 

34. Nella stessa epoca, mentre Onorio celebrava il suo consolato a Milano offrendo giochi di belve libiche alla moltitudine che era lì accorsa, il conte Stilicone[48], per invito del prefetto Eusebio, inviò alcuni soldati a portar via dalla chiesa un tal Cresconio. Questi si rifugiò presso l’altare del Signore e il santo vescovo con i chierici che allora si trovavano là lo circondarono per difenderlo. Ma il numero dei soldati, i cui capi erano eretici ariani, prevalse sui pochi: così, portato via Cresconio, tornarono esultanti all’anfiteatro, avendo arrecato non piccolo lutto alla chiesa. Infatti il vescovo, prostrato davanti all’altare del Signore, lungamente pianse l’accaduto. Ma appena i sol­dati ritornarono e riferirono a coloro da cui erano stati inviati, alcuni leopardi, che erano stati la­sciati liberi, con rapido balzo salirono nel luogo ove sedevano quelli che avevano trionfato sulla chiesa e li lasciarono gravemente mutilati. A veder ciò il conte Stilicone fu mosso a pentimento e rese soddisfazione al vescovo con una lunga penitenza. Rinviò senza fargli del male Cresconio, che era stato portato via a viva forza dalla chiesa e poiché era reo di crimini gravissimi e non si poteva fare altrimenti a meno di punirlo, lo mandò in esilio, ma non molto tempo dopo gli condo­nò la pena.

 

35. In questo stesso tempo, un giorno che andava al palazzo imperiale ed io lo seguivo a motivo del mio ufficio, un tale casualmente inciampò con un piede e stava giù a terra, provocando l’ilarità di Teodoro, che allora era notaio e che in seguito resse con grande merito la Chiesa di Modena. Allora il vescovo rivolto a lui: “Tu che stai in piedi, sta’ attento a non cadere”. Appena dette queste parole, Teodoro, che aveva riso alla caduta dell’altro, dovette dolersi della sua.

36. Ancora in quel tempo, Fritigil regina dei Marcomanni[49], apprese la fama di Ambrogio da un cristiano che dall’Italia era arrivato fino a lei e credette in Cristo, di cui aveva riconosciuto in quello un servo. Insieme con l’invio di doni alla Chiesa per mezzo di legati ella chiese ad Ambro­gio di essere istruita con qualche libro sulla materia della sua fede. Egli le rispose con una bella lettera scritta in forma di catechismo. In essa le raccomandava anche di convincere suo marito ad affidarsi col suo popolo ai Romani. Essa, essendo poi andata a Milano, molto si dolse di non avervi potuto trovare il santo vescovo, dal quale si era recata con tanta sollecitudine. Purtroppo Ambrogio aveva già lasciato questa vita.

 

37. Al tempo di Graziano – per tornare un po’ indietro – poiché si era recato alla residenza di Macedonio, che allora era maestro degli uffici, per intercedere in favore di un tale, per ordine di quel funzionario trovò le porte chiuse e non gli fu concessa la possibilità di entrare. Allora esclamò: “Tu pure verrai in chiesa e, pur non trovando le porte chiuse, non riuscirai ad entrare”. Avvenne proprio così: dopo la morte di Graziano, Macedonio fuggì verso la chiesa, ma pur es­sendo le porte aperte, non riuscì a trovare l’ingresso.

 

 

Carattere e virtù di Ambrogio

 

38. Il venerando vescovo praticava grande astinenza e si dedicava a molte vigilie e fatiche, macerando il corpo col continuo digiuno. Infatti non era solito pranzare se non nei giorni di sabato e di domenica o quando ricorresse il giorno natalizio di martiri molto famosi. Pregava continua­mente giorno e notte. Non rifuggiva la pratica di scrivere di propria mano i suoi libri, se non quando il suo corpo era afflitto da qualche malattia. Era molto sollecito per tutte le Chiese[50], assiduo e costante nell’intervenire. Nel celebrare le sacre funzioni era molto resistente, a tal punto che quanto era solito fare da solo nella celebrazione dei battesimi, dopo la sua morte a stento riuscivano a farlo cinque vescovi. Era fin troppo sollecito in favore dei poveri e dei prigio­nieri: allorché fu ordinato vescovo, dette alla Chiesa e ai poveri tutto l’oro e l’argento di cui dispo­neva in quel momento. Donò alla Chiesa anche le proprietà che aveva, riservandone l’usufrutto alla sorella, per poter seguire soldato nudo e senza impedimenti Cristo Signore, che da ricco che era si è fatto povero per noi, perché diventassimo ricchi con la sua povertà[51].

 

39. Gioiva con quelli che gioivano e piangeva con quelli che piangevano. Ogni volta che uno gli confessava i suoi peccati per ricevere la penitenza, egli piangeva al punto tale da spingere pure quello a piangere e sembrava essere caduto in peccato egli stesso assieme a quello che era caduto. Ma dei peccati che gli venivano confessati non ne parlava con nessuno se non soltanto con il Signore, presso il quale intercedeva. Lasciò così un buon esempio ai vescovi successivi, perché fossero intercessori presso Dio piuttosto che accusatori presso gli uomini. Secondo quanto dice l’apostolo, con un uomo di questa natura si deve dar prova d’amore[52], perché egli è accusa­tore di sé stesso e non aspetta l’accusatore ma lo previene per alleggerire il suo peccato con la confessione e perché il suo nemico non abbia di che accusarlo. Per questo dice la scrittura: Il giusto quando comincia a parlare, accusa sé stesso[53]. Così infatti toglie la parola all’avver­sario e con la confessione dei suoi peccati quasi rompe i denti preparati a ghermire la preda, vitti­ma di una spietata accusa. Nello stesso tempo dà onore a Dio, cui tutte le cose sono manifeste e che vuole la vita più che la morte del peccatore[54]. A colui che si pente non è sufficiente la sola confessione, se non segue la correzione di ciò che ha fatto: così il penitente non farà più azione di cui debba pentirsi e umilierà anche la sua anima, come il santo Davide. Questi infatti, dopo che il profeta gli disse: “Ti è stato rimesso il tuo peccato” diventò più umile nella correzione del suo peccato, al punto da mangiare cenere come pane e da mescolare la sua bevanda con le lacrime[55].

 

40. Piangeva amaramente anche quando gli veniva annunziata la morte di qualche santo vescovo, a tal punto che noi cercavamo di consolarlo, ignorando il pio sentimento dell’uomo e non comprendendo per qual motivo piangesse così. E ci rispondeva che egli non piangeva perché se n’era andata la persona di cui era stata annunciata la morte, ma perché essa lo aveva preceduto e perché era difficile trovare un altro che potesse essere ritenuto degno dell’episcopato. Egli poi predisse in anticipo la sua morte e cioè che sarebbe stato con noi fino a Pasqua. Con le preghiere rivolte al Signore meritò di essere liberato più presto da questa vita.

 

41. Si addolorava profondamente a vedere che l’avarizia, radice di tutti i mali, non diminuiva né per l’abbondanza né per la miseria e invece aumentava sempre di più fra gli uomini, soprattutto in coloro che avevano posti di comando. Ed era gravissima fatica per lui intervenire presso co­storo, perché tutto si vendeva per denaro. Questo malcostume provocò prima ogni malanno all’Ita­lia e da allora tutto precipita in peggio. E che dire del fatto che esercitano la loro avidità persone del genere, che mettono avanti il pretesto dei figli e dei parenti per trovare scuse al loro peccato[56], dal momento che tale avidità ha contagiato anche molti celibi, sacerdoti e leviti, la cui parte è Dio[57] e anch’essi desiderano ricchezze? Guai a noi miseri perché neppure la fine del mondo ci spinge a liberarci da un giogo così grave, che ci sprofonda fin nell’abisso dell’inferno[58], tanto da farci amici con la mammona dell’iniquità, che ci accolgano nelle tende eterne[59]. Beato invece chi, una volta convertito, afferrerà e sbatterà i figli di lei alla roccia[60]: cioè tutti gli stimoli dell’avidità sbatterà contro Cristo, che secondo l’apostolo è la roccia[61] che uccide tutti quelli che sbattono contro di lei. Essa invece rimane in­violabile e non rende colpevole colui che su di lei avrà sbattuto i cattivi figli di un ventre malva­gio, bensì lo rende innocente. E questo di sicuro potrà dire: Il Signore è la mia parte[62]. Infatti chi non possiede nulla nel mondo riceverà come sua parte Cristo e chi avrà disprezzato il poco riceverà molto. Inoltre possederà anche la vita eterna[63].

 

 

Ultimi giorni di Ambrogio e morte

 

42. Pochi giorni prima di essere costretto a letto mentre dettava il commento al Salmo 53 ed io scrivevo e osservavo, improvvisamente un fuoco non grande ricoprì il suo capo a mo’ di scudi e a poco a poco entrò attraverso la sua bocca come un abitante nella sua casa. Dopo il suo volto diven­tò bianco come la neve; infine tornò al suo aspetto abituale. Mentre ciò avveniva, io preso dallo stupore m’irrigidii e non potei scrivere ciò che egli diceva se non dopo che ebbe fine la vi­sione. In quel momento stava citando un passo della Sacra Scrittura, che io conoscevo benissimo. Quel giorno egli finì di dettare e di scrivere e così non poté portare a termine il commento al salmo. Dal canto mio, subito riferii ciò che avevo visto al diacono Casto, uomo onorevole cui ero sottoposto. Ed egli, pieno della grazia di Dio, mi spiegò sulla base della lettura di un passo degli Atti degli Apostoli[64] che io avevo visto venire in Ambrogio lo Spirito Santo.

 

43. Qualche tempo prima, un servo del conte Stilicone, che era stato travagliato dai demoni, ormai sanato, per raccomandazione del suo padrone era rimasto al servizio della basilica ambrosiana. Ma correva voce che costui, che era molto caro a Stilicone, falsificava lettere per conferire il tribunato. Per questo motivo erano state arrestate molte persone che si recavano a questo servizio. Ma quando Stilicone identificò la persona del suo servo, non lo volle punire. Per intervento del vescovo, lasciò liberi tutti gli uomini che erano stati ingannati e si lamentò del servo con Ambro­gio. Il sant’uomo, mentre il servo stava uscendo dalla basilica, lo fece prendere e condurre a sé. Interrogatolo e trovatolo autore di un così grande misfatto, disse: “Bisogna che costui sia consegnato a Satana per rovina della carne[65], perché non osi più commettere tali azioni in futuro”. Il vescovo non aveva ancora finito di parlare ed ecco che in quel momento uno spirito malvagio aggredì il servo e incominciò a straziarlo. A tale vista fummo presi da grande timore e ammirazione. In quel giorno vedemmo molti risanati dagli spiriti maligni grazie al vescovo che imponeva le mani e dava il comando.

 

44. In quel tempo, mentre un tal Nicezio, già tribuno e notaio, che era tanto afflitto dalla poda­gra da farsi vedere raramente in pubblico, si avvicinava all’altare per ricevere il sacramento, casualmente il vescovo gli pestò un piede. Quello gridò ma si sentì dire: “Va’ e d’ora in avanti farai bene”. E nel tempo in cui il santo vescovo passò da questa vita, fra le lacrime questi dichiarava che il piede non gli aveva fatto più male.

 

45. Dopo questo periodo, ordinato il vescovo della Chiesa di Pavia, Ambrogio cadde ammala­to. Poiché fu costretto a letto per molti giorni, è notorio che il conte Stilicone abbia detto che la rovina sovrastava l’Italia, dal momento che moriva un tal uomo. Pertanto, convocati a sé alcuni nobili Milanesi che sapeva cari al vescovo, in parte con minacce in parte con lusinghe li spinse ad andare dal vescovo per consigliargli di richiedere per sé al Signore altro tempo per vivere. Ma quando udì la loro richiesta, Ambrogio rispose: “Non ho vissuto fra voi in maniera tale da dovermi vergognare di vivere: ma neppure temo di morire, perché abbiamo un buon Signore”.

 

46. In questa occasione, mentre giaceva all’estremità del portico, Casto, Polemio, Venerio e Felice, che allora erano diaconi, stando lì tutti insieme discutevano fra loro a voce bassa, sì che a malapena si sentivano l’un l’altro, chi dovesse essere ordinato vescovo dopo la morte di Ambrogio. Avendo essi fatto il nome di Simpliciano[66], Ambrogio che pur giaceva lontano da loro, in tono di approvazione ripeté tre volte: «Vecchio, ma buono». Infatti Simpliciano era avanti negli anni. A udir quella voce, i diaconi spaventati si allontanarono in fretta. Morto Ambrogio, non gli succe­dette altri nell’episcopato, se non quello che egli tre volte aveva definito buon vecchio. A Simpli­ciano succedette Venerio[67], che sopra abbiamo nominato. Felice[68] poi regge tuttora la chiesa di Bologna. Invece Casto e Polemio[69], educati da Ambrogio, buoni frutti di buona pianta, ricoprono ancora l’ufficio di diaconi nella chiesa di Milano.

 

47. Nello stesso luogo in cui giaceva (come ho appreso dal beato Bassiano, vescovo di Lodi, che a sua volta aveva udito da Ambrogio), mentre pregava insieme con questo vescovo, aveva vi­sto venire a sé il Signore Gesù e sorridergli: pochi giorni dopo ci fu tolto. E quando passò da noi al Signore, circa dall’ora undicesima fino al momento in cui rese lo spirito vitale, pregò con le mani aperte a modo di croce. Noi vedevamo muoversi le sue labbra ma non ne udivamo la voce. Onorato vescovo della chiesa di Vercelli, mentre riposava al piano superiore della casa, per tre volte udì la voce di uno che lo chiamava e diceva: “Alzati, presto perché sta per morire”. Disceso, porse al santo il corpo del Signore. Appena lo prese e lo deglutì, rese lo spirito, portando con sé il buon viatico. Così la sua anima, rifocillata dalla virtù di quel cibo, gode ora della compagnia degli an­geli, secondo la cui vita egli visse in terra e della compagnia di Elia: infatti, come Elia, Ambrogio non ebbe timore a parlare ai re alle potestà terrene come lo ispirava il timor di Dio.

 

48. Nell’ora molto mattutina in cui morì[70], la sua salma fu portata di lì alla chiesa maggiore e lì rimase la notte in cui celebrammo la vigilia di Pasqua. In quella circostanza molti bambini che erano stati battezzati, venendo via dal fonte battesimale, lo videro e alcuni dissero di averlo visto sedere sulla cattedra, altri col dito lo mostrarono ai loro genitori mentre passeggiava. Ma gli adulti non lo potevano scorgere, perché non avevano gli occhi purificati. Molti poi raccontavano di ve­dere una stella sopra il suo corpo. Quando risplendette il giorno del Signore, mentre il suo corpo, terminate le funzioni divine, veniva sollevato per essere portato dalla chiesa alla basilica Ambrosiana, dove fu sepolto, una turba di demoni gridava così forte di essere tormentata da lui, che il loro gridare non poteva essere sopportato. Questa grazia operata dal vescovo dura tutt’oggi non solo in quel luogo ma anche in molti altri. Gran folla di uomini e di donne gettavano fazzoletti e cinte per poter in qualche modo toccare la salma del santo. C’era infatti al funerale una folla strabocchevole, di ogni condizione, sesso ed età, non solo cristiani ma anche giudei e pagani. Andavano innanzi, per maggiore dignità, le schiere di quelli che erano stati battezzati.

L’urna con S. Ambrogio tra i s. Gervasio e Protasio

 

 

49. Il giorno in cui Ambrogio morì apparve ad alcuni santi uomini, pregò con loro e impose lo­ro le mani. Attesta quest’apparizione una lettera inviata dall’Oriente e ricevuta dal successore di Ambrogio, il venerabile Simpliciano, ma che era stata indirizzata a quello, come se fosse ancora vivo fra noi. Essa è tuttora conservata a Milano in un monastero. La lettera reca l’indicazione del giorno in cui fu spedita e noi, al leggerla, notammo che quello era il giorno in cui Ambrogio morì.

 

50. Nella Toscana a Firenze, ove ora è vescovo il beato Zenobio, poiché aveva promesso a ta­luni, che glielo richiedevano, che sarebbe andato spesso a visitarli, fu visto più volte in atteggiamento di preghiera presso l’altare della basilica Ambrosiana, che egli stesso aveva edificato. Ho appreso questa apparizione proprio dal beato vescovo Zenobio. Poi, nel tempo in cui Radagaiso assediava quella città, mentre ormai i cittadini disperavano della loro salvezza, Ambrogio apparve ad un tale proprio nella casa in cui aveva abitato quando aveva evitato l’incontro con Eugenio. Promise di portare salvezza ai cittadini il giorno successivo e subito questa apparizione rinfrancò l’animo dei cittadini. Il giorno successivo giunse il conte Stilicone con l’esercito e sconfisse i nemici[71]. Appresi questo fatto da Pansofia, pia donna, madre del giovane Pansofio.

 

51. Quando Mascezel ormai disperava della salvezza sua e dell’esercito che conduceva contro Gildone[72], Ambrogio gli apparve di notte tenendo in mano un bastone. Mentre Mascezel si gettava ai piedi del sant’uomo, il vecchio percuotendo tre volte la terra col bastone cui s’appoggiava – gli era apparso in tale aspetto – disse: “Qui, qui, qui”, indicando il posto. Dette così modo a quell’uomo, che aveva ritenuto degno della sua apparizione, di capire che egli nel luogo in cui aveva visto il santo vescovo del Signore, avrebbe riportato, tre giorni dopo, la vittoria. Così quello ormai sicuro attaccò battaglia e vittoriosamente la concluse. Io ho appreso questo fatto quando stavo a Milano e fu proprio Mascezel a riferirlo. Ma anche in questa provincia ove ora mi trovo e scrivo, Mascezel lo ha riferito a molti vescovi ed essi me l’hanno comunicato. Rassicurato così di ciò che anch’io avevo saputo, ho ritenuto opportuno inserire l’episodio in questo libro.

 

52. Stavamo raccogliendo con gran devozione a Milano le reliquie dei Martiri Sisinio, Martirio e Alessandro, che avevano conseguito la palma del martirio in Anaunia ai nostri giorni[73], cioè dopo la morte del beato Ambrogio, a causa della persecuzione dei pagani. Ed ecco arriva un cieco e ri­ferisce di avere recuperato la vista proprio quel giorno, avendo toccato la bara in cui erano traspor­tate le reliquie dei santi. Egli raccontò che in una visione notturna aveva visto avvicinarsi alla co­sta una nave, sulla quale c’era una moltitudine di uomini bianco vestiti. Mentre questi scendevano a terra, egli aveva chiesto ad uno di loro chi fossero quegli uomini e si era sentito rispondere che era Ambrogio con i suoi compagni. Nell’udire questo nome, aveva chiesto di recuperare la vista e si era sentito dire da quello: “Va’ a Milano e fatti incontro ai miei fratelli che stanno per arrivare là – e indicò il giorno – e recupererai la vista”. Quell’uomo, per sua affermazione, era della costa della Dalmazia, né era venuto mai in città prima di essere andato incontro alle reliquie dei santi per la via giusta, benché ancora non ci vedesse. Ma toccata la bara, aveva incominciato vedere.

 

53. Riportati questi fatti, non credo che sembrerà così grave se mi distacco un po’ dal mio pro­posito per mostrare come si sia adempiuto ciò che il Signore ha detto per bocca dei santi profeti: Colui che sedeva contro il fratello e di nascosto lo calunniava, io lo perseguitavo[74] e altrove: Non amare la calunnia, per non essere sradicato[75]. Così chiunque per avventura ha questa abitudine, leggendo come sono stati puniti coloro che osarono calunniare il beato Ambrogio, impari a correggersi in altre circostanze.

 

54. Un certo Donato, africano di origine ma prete nella chiesa di Milano, stando un giorno a pranzo insieme con alcuni militari, uomini pii, cominciò a calunniare la memoria del vescovo. Mentre i soldati davano segno di disprezzare quella lingua malefica e si allontanavano da lei, Donato fu preso improvvisamente da un colpo e, sollevato dagli altri dal posto in cui stava, fu collocato in una lettiga e di lì fu condotto al sepolcro. A Cartagine, un giorno che ero andato a pranzo dal diacono Fortunato, fratello del venerando vescovo Aurelio, insieme con Vincenzo, vescovo di Colossitano, con Murano, vescovo di Bolita, e con altri vescovi e diaconi in quella occasione Mu­rano cominciò a calunniare il sant’uomo. Allora io gli riferii la morte del prete che ho sopra ricor­dato. Murano con la sua rapide fine dimostrò che ciò che era stato detto di un altro valeva come oracolo per lui. Infatti colpito improvvisamente da un grave accidente, fu portato dalla mani degli altri dal luogo ove stava sul letto e di qui fu ricondotto alla casa in cui aveva avuto ospitalità. Qui mise fine al suo ultimo girono. Tale fu la fine del calunniatore di Ambrogio e i presenti che vi as­sistettero ne furono grandemente meravigliati.

 

55. Perciò scongiuro ed esorto ogni uomo, che leggerà questo libro, ad imitare la vita di quel sant’uomo, a lodare la grazia di Dio e ad evitare le lingue dei calunniatori se preferisce essere in compagnia di Ambrogio nella risurrezione alla vita, piuttosto che subire il supplizio insieme con quelli che lo calunniano. Il che ogni saggia persona cerca di evitare.

 

56. Prego poi la tua beatitudine, o padre, perché ti degni di pregare per me, Paolino umilissimo peccatore, insieme con tutti i santi che con te invocano in verità il nome del Signore nostro Gesù Cristo. Perciò, conseguito il perdono dei miei peccati, dato che non sono degno di ottenere la gra­zia di trovarmi in compagnia di un tale uomo, sia per me premio l’aver scampato il supplizio.

 

 

 

*  *  *

 

 

Gloria a Dio!


 

[1] Fu l’ultimo segretario di Ambrogio.

[2] È alle molteplici richieste del santo vescovo di Ippona a Paolino che dobbiamo questa “Vita Ambrosii”.

[3] Cfr. Matteo 12, 16.

[4] Nacque a Treviri tra il 334 e il 339, terzogenito dopo Marcellina e Satiro. Gli fu posto nome Aurelius Ambrosius, Aurelius dal nome della gens Aurelia cui apparteneva la madre, e Ambrosius, che era anche il nome del padre.

[5] Proverbi 16, 24.

[6] Dal 365 svolse l’incarico di magistrato a Sirmio per cinque anni.

[7] Nel 370 giunse a Milano con l’incarico di governatore per l’Italia settentrionale.

[8] Nel 374.

[9] San Dionigi I, successore di Sant’Eustorgio, fu eletto vescovo di Milano nel 349. Per aver difeso la fede di Nicea fu esiliato in Cappadocia dall’imperatore Costanzo II. La sua sede fu allora usurpata dall’ariano Aussenzio. Morì in esilio nel 360, il suo corpo fu successivamente riconsegnato da san Basilio a sant’Ambrogio, perché il santo confessore riposasse nella Chiesa di Milano di cui era stato nono vescovo.

[10] Matteo 27, 25.

[11] Matteo 10, 10.

[12] I libro dei Re (2 Samuele per i latini) 8, 5 e Cantico dei Cantici 4, 4; 7, 4.

[13] Ambrogio fu battezzato il 30 novembre e ordinato vescovo il 7 dicembre, data in cui ancora oggi in tutte le Chiese si celebra la sua memoria. In una lettera ai cristiani di Vercelli, Ambrogio ricorderà le preoccupazioni di quei momenti: “Quanto ho resistito perché non fossi fatto vescovo!”.

[14] Non sappiamo se Paolino si riferisca al viaggio compiuto da Ambrogio nel 377 o a quello dell’estate del 382, quando si recò a Roma per partecipare al concilio.

[15] Giovanni 14, 12.

[16] Di fede ariana, fu seconda moglie di Valentiniano. Visse a Sirmio capitale dei paesi danubiani, da cui partì nell’autunno del 378 per trasferirsi a Milano e governare in vece del figlio ancora bambino. Nei ripetuti tentativi di favorire gli ariani giunse a duri scontri con Sant’Ambrogio.

[17] Alla morte di Germinio, vescovo ariano di Sirmio, nel 376, Ambrogio partì da Milano per soccorrere il gruppo dei cattolici (cioè fedeli a Nicea), e restituire la sede ad un vescovo ortodosso. Alla sua presenza fu eletto vescovo Anemio, cui lo stesso Ambrogio impose le mani.

[18] Cfr. Salmi 7, 17.

[19] Il ritrovamento dei corpi santi risale al giugno del 386.

[20] Cfr. Luca 11, 15.

[21] Cfr. Luca 4, 34 e Marco 1, 14.

[22] Giovanni 9, 29.

[23] Luca 2, 51.

[24] Matteo 18, 6.

[25] Opera del 382.

[26] Graziano sconfitto presso Parigi dall’usurpatore Magno Massimo, abbandonato dalle sue stesse truppe fu ucciso il 25 agosto del 383, presso Lione.

[27] Giustina e i figli Valentiniano e Galla fuggirono a Tessalonica nell’estate del 387, cercando l’aiuto di Teodosio I contro Magno Massimo che si appressava a scendere in Italia. Ricevuta da Teodosio una flotta, Giustina si diresse verso l’Italia, ma morì durante la traversata.

[28] Agosto del 388.

[29] Il fatto svolse a Callinicum, sul fiume Eufrate, nel 388.

[30] Epistola 41.

[31] Geremia 1, 11.

[32] Nell’agosto del 390 un fantino dei giochi circensi di Tessalonica fu imprigionato per comportamento immorale. Una legge di Graziano dell’8 maggio 381 (Cod. Theod. XV 7,7) faceva divieto al prefetto dell’urbe di punire gli agitatores, ossia gli aurighi che conducevano i cavalli forniti dall’imperatore o dai magistrati, per evitare disordini pubblici. Infatti, per liberare il suo idolo la folla inferocita prese a sassate Bauterico, capo del servizio d’ordine cittadino e, dopo averlo ucciso, ne trascinò il cadavere per le vie della città. Teodosio fu molto impressionato da tale sommossa e dall’ostilità che si era evidenziata contro le truppe barbariche a guardia della città e accondiscese a dare una dimostrazione di potere agli abitanti. La rappresaglia gli sfuggì però di mano, perché le truppe pensarono di saldare il conto accumulato in anni di intolleranza dei greci nei loro confronti e fecero una vera strage, che neppure l’imperatore sgomento fu più in grado di fermare. Il contrordine dell’imperatore, infatti, arrivò troppo tardi.

[33] Ambrogio si dovette in questa circostanza far interprete dell’umanità tutta, e, non potendo ammettere che la comunità ecclesiale assolvesse un simile comportamento dell’imperatore, e nello stesso tempo non volendo assumere un atteggiamento troppo rigido, decise di non intervenire pubblicamente, ma di lasciare la città per evitare di incontrarlo al suo rientro. Non solo, ma gli fece pervenire anche una importante e riservatissima lettera, con cui lo voleva preparare all’inevitabile richiamo, invitandolo a far penitenza. In tale lettera Ambrogio dispiega le sue grandi doti di mediatore, di abilissimo politico, rivelandosi innanzitutto animato da una grande sensibilità pastorale nei confronti dell’imperatore stesso. Teodosio si sottopose (probabilmente senza fatica) alla penitenza pubblica, depose le insegne regali e “pianse pubblicamente nella Chiesa il suo peccato... e con lamenti e lacrime invocò il perdono”, ci informa Ambrogio, mentre Agostino ricorda: “Fece penitenza con tale impegno che il popolo in preghiera per lui ebbe più dolore nel vedere umiliata la maestà dell’imperatore che timore nel saperla sdegnata per la loro colpa” (De civitate Dei). Il giorno di Natale del 390 Teodosio ricevette l’assoluzione dal peccato commesso.

[34] Quinto Aurelio Simmaco, paladino dei diritti dei pagani, era stato compagno di studi di Ambrogio a Roma e le loro famiglie con forti vincoli di parentela, facevano parte entrambe della gens Aurelia. Simmaco ed Ambrogio simbolicamente sono i due paladini di alto profilo che si fronteggiano per i pagani e per i cristiani.

[35] L’altare era stato rimosso nel 382 dall’imperatore Graziano, su richiesta di Ambrogio.

[36] Nella sua Epistola 18 a Valentiniano, così controbatte il vescovo: “Se furono le divinità pagane a rendere vittoriosa Roma, perché gli stessi dei hanno permesso ad Annibale di arrivare vincitore sotto le mura romane? Certo Graziano ebbe una morte compassionevole. Ma il merito non si misura dal successo. E se ci fu carestia per castigo degli dei, perché l’anno successivo si ebbero abbondanti raccolti? Non dovevano essere ancora malcontenti gli dei? ... Roma antica non era cristiana, è vero, ed ora noi vogliamo che lo diventi, cioè ci si accusa di novità. Ma allora rimproverate la luce del giorno che fa cessare la notte. Non è mai tropo tardi per imparare, per lasciare l’errore, per accogliere la verità”.

[37] Il 15 maggio 392 Valentiniano II morì a Vienne, in Gallia, in circostanze misteriose: il suo corpo venne trovato impiccato ad un albero. Teodosio rimase signore di tutto l’impero. Il magister equitum Arbogaste, che da più parti era ritenuto coinvolto nella morte di Valentiniano, fece nominare augustus dalle legioni di Gallia l’usurpatore Flavio Eugenio, con l’appoggio del Senato di Roma, che vide in lui la possibilità di opporsi al crescente potere della Chiesa (da wikipedia). In agosto si svolsero i funerali di Valentiniano (che aveva già abbandonato l’eresia ariana) a Milano con orazione funebre di Ambrogio.

[38] IV libro dei Re (2 Re per i latini) 4, 34.

[39] Giosuè di Navi 10, 12.

[40] Salmi 124, 3.

[41] Apocalisse 13, 6.

[42] Salmi 75, 9.

[43] Nel 394 Teodosio organizzò una armata per riconquistare l’Occidente. Il comando fu affidato a Timasio e al vandalo Stilicone, coadiuvati dal goto Gaina, dall’alano Saulo e da Bacurio, originario dell’Iberia. Le truppe erano prevalentemente germaniche. I federati Visigoti erano sotto il comando di Alarico. Altri contingenti furono forniti da alani e unni. Teodosio indisse una vera e propria guerra santa: digiuni, preghiere, suppliche. Si rivolse anche all’eremita Giovanni di Licopoli, che viveva nelle montagne della Tebaide in Egitto, per avere una previsione/profezia dello scontro che si stava avvicinando. L’eremita previde la vittoria di Teodosio, ma anche la sua prossima morte in Italia. Prima di partire da Costantinopoli Teodosio indisse un giorno di lutto. Il pomeriggio del 5 settembre 394 Teodosio, nei pressi del fiume Frigido, attaccò frontalmente mettendo in prima linea i visigoti. Le truppe d’Occidente, sotto le insegne di Giove, massacrarono i goti. Teodosio dovette dare l’ordine alle sue truppe di ritirarsi. Teodosio trascorse la notte pregando. Due cavalieri celesti S. Giovanni e S. Filippo gli fecero coraggio. Un aiuto concreto gli venne da un gruppo di soldati che durante la notte, dietro adeguato compenso, furono convinti a passare all’armata d’Oriente. Al mattino, nonostante il contributo dei traditori, Teodosio non riusciva a sfondare. Quando improvvisamente prese a soffiare la bora contro le truppe d’Occidente. Gli scudi venivano schiacciati gli uni contro gli altri. Le armi lanciate ritornavano indietro. Il volto dei soldati era pieno di sabbia. La bora aiutava invece la spinta dell’esercito d’Oriente. La rotta fu inevitabile. Flavio Arbogaste e Nicomaco Flaviano, seguendo l’antica tradizione dei nobili romani, si suicidarono, prima di essere presi prigionieri. (da http://www.maat.it/livello2/arbogaste.htm)

[44] Per Ambrogio san Nazaro era stato con il suo stesso sangue apostolo di Milano, pertanto degno di condividere il medesimo posto con gli Apostoli di Cristo presso la Basilica loro dedicata in Milano.

[45] Luca 21, 18.

[46] Matteo 6, 19.

[47] Filippesi 1, 21.

[48] Di origine barbara, fu uomo di fiducia di Teodosio, che oltre a nominarlo generale vi strinse legami di parentela. In seguito Teodosio gli affiderà la protezione del figlio Onorio; quest’ultimo in seguito avrebbe sposato, in momenti diversi, le figlie di Stilicone.

[49] Fritigil (o Fritigils), regina dei Marcomanni, è l’ultima sovrana conosciuta della gente germanica di quel tempo (metà del IV secolo) probabilmente stabilita in Pannonia. Si presume abbia avuto la sua residenza nel Burgenland attuale. Fritigil ebbe una corrispondenza con Ambrogio di Milano per la conversione della sua gente alla fede Cristiana. Convinse suo marito a sottomettersi all’autorità Romana e sottomise la tribù al potere di un tribuno secondo la Notitia Dignitatum (da wikipedia in inglese).

[50] 2 Corinti 11, 28.

[51] 2 Corinti 8, 9.

[52] 2 Corinti 2, 8.

[53] Proverbi 18, 17.

[54] Ebrei 4, 13 ed Ezechiele 18, 23; 33, 11.

[55] II libro dei Re (2 Samuele per i latini) 12, 13 e Salmo 101, 10.

[56] Salmi 140, 4.

[57] Salmi 118, 37.

[58] Isaia 7, 11.

[59] Luca 16, 9

[60] Salmi 136, 9.

[61] 1 Corinti 10, 4.

[62] Salmi 118, 57

[63] Matteo 19, 29.

[64] 2, 3.

[65] 1 Corinti 5, 5.

[66] Fu arcivescovo di Milano per soli 4 anni dal 397 al 401. Il legame tra san Simpliciano e sant’Ambrogio fu sempre riconosciuto come molto forte: fu infatti quest’ultimo, quando ancora stava preparandosi a ricevere il battesimo, a incaricare l’allora sacerdote Simpliciano di completare la sua istruzione religiosa. San Simpliciano svolse lo stesso ruolo nell’esperienza religiosa di Agostino da Ippona, che grazie a lui fu spinto alla carriera religiosa. Il rapporto tra i due fu sempre costante e attivo anche sotto l’aspetto intellettuale ed epistolare, in particolare da quando Agostino si trasferì nella propria sede episcopale africana di Ippona. Di origine romana, Simpliciano viene dunque ricordato essenzialmente per essere stato un gran catechista, nato da genti cristiane e cristiano egli stesso per tutta la propria vita. Dopo diversi anni impegnati negli studi classici e nei viaggi, venne ordinato sacerdote, divenendo rinomato conversore da quando riuscì a cristianizzare la fede dell’intellettuale Gaio Mario Vittorino. La data precisa della sua morte è ad oggi sconosciuta ma di lui si sa che fu da subito venerato come un santo, e il suo corpo venne riposto nell’atrio della Basilica Virginum, intitolata poi al suo nome. (cfr. wikipedia).

[67] San Venerio di Milano, fu arcivescovo di Milano dal 400 al 408. Sulla vita di san Venerio si hanno poche notizie; dato certo è che fu diacono di sant’Ambrogio e quindi annoverato tra i suoi più stretti collaboratori. Durante gli anni della sua reggenza della cattedra episcopale, si sa che inviò chierici in aiuto ai vescovi d’Africa e si prese cura di Giovanni Crisostomo mentre si trovava in esilio (da wikipedia). Le sue reliquie sono esposte alla venerazione nell’altare a sinistra della Basilica Apostolorum (o chiesa di san Nazaro).

[68] (†4 dicembre 432). Mentre era ancora diacono, Ambrogio lo scelse per un’importante missione presso Teodosio, nel 394. In seguito divenne il settimo vescovo della Chiesa di Bologna.

[69] Le reliquie dei santi diaconi Casto e Polemio sono venerate nella Basilica Ambrosiana, nella cappella che precede il sacello di san Vittore.

[70] Sant’Ambrogio rese lo spirito il 4 aprile del 397, giorno del Sabato Santo. Già da tempi antichi, poiché il dies natalis del santo cadeva spesso nel periodo della Grande Quaresima, si spostò la data della sua memoria al 7 dicembre, giorno della sua ordinazione episcopale.

[71] Nel 406.

[72] Gildone, fu nominato comes et magister utriusque militiae per Africam da Teodosio. Alla morte di questi il 17 gennaio del 395, l’impero fu diviso ai due figli per volontà stessa di Teodosio: ad Onorio (sotto la tutela di Stilicone) spettò l’occidente, ad Arcadio l’oriente. Gildone, accattivato dalla corte di Arcadio, fece spostare l’Africa (ritenuta il granaio di Roma) sotto l’influenza orientale, scatenando la ribellione del Senato Romano, che accusò Gildone di tradimento e gli mosse guerra. Contemporaneamente Gildone entrò in contrasto col fratello Mascezel, che si mise sotto la protezione di Onorio, motivo per cui Gildone gli uccise i figli. Stilicone allora, con un’abile mossa, mise Mascezel a capo delle truppe contro il fratello. Sbarcato in Africa affrontò il fratello a Teveste, sconfiggendolo nonostante le gravi difficoltà causate dalla inferiorità numerica dei suoi uomini. (cfr. wikipedia)

[73] Sisinnio, Martirio e Alessandro, tre monaci della Cappadocia, missionari in occidente, si trovavano presso sant’Ambrogio, quando il vescovo di Milano, su richiesta di san Vigilio glieli inviò per evangelizzare le terre Trentine della Val di Non, ancora pagane. Furono ferocemente uccisi dai sacerdoti pagani, che ne bruciarono anche i corpi, a causa della conversione a Cristo di alcune famiglie locali. Era il 29 maggio del 397. Poco dopo Vigilio invierà al successore di Ambrogio, Simpliciano, una lettera dove racconta la passione dei tre martiri unitamente a quanto rimasto dei loro resti (traslazione del 15 agosto), custoditi ancora oggi nella chiesa di san Simpliciano. Un’altra lettera con alcune reliquie, Vigilio la invierà al patriarca di Costantinopoli san Giovanni Crisostomo, in ringraziamento alla terra di cui i tre santi erano originari. Parte delle reliquie furono riportate nel 1929 da Milano a Sanzeno, luogo del martirio, dove sotto l’altare della basilica si custodivano le ceneri del rogo appiccato dai carnefici ai corpi santi.

[74] Salmi 49, 20; 100, 5.

[75] Proverbi 20, 13.

 

 

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